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Vani d’ombra

Uno degli incipit più belli che io abbia mai letto:

La prima volta che ho visto qualcuno baciare è stato al cinema, ed era buio in sala. La luce veniva da dietro, e ho una memoria di pulviscolo e ombre quando le tende si aprono per far entra-e le persone in sala. Ombre svuotate di vigore quando sulla pellicola si proietta la luce che regna afona all’ingresso e avanza implacabile nel momento in cui la tenda viene scostata dallo stipite. E allora mi volto e vedo quello che ho visto. E quello che ho visto mi rimane appeso alla retina, come gocciolatura di bellezza a cui non so bene neppure io che sensazioni dare. Vedo una coppia che si siede e poi vedo due bocche che si baciano, ma non era proprio un bacio come quelli che avevo visto sulle foto dei settimanali che giravano a casa e che mia madre nascondeva, nascondeva a me. E sarò stato piccolo, insomma ricordo benissimo che avevo dodici anni e piccolo non ero affatto ma loro – i miei genitori – mi dicevano che ero piccolo. Lo vedevo bene, questa volta: la sala non nascondeva il bacio. Forse solo perché avevo messo le mani a forma di binocolo, tanto là dentro nessuno avrebbe mai fatto caso a un ragazzino che giocava. Ma io orientavo le mani alla ricerca di qualcosa senza sapere neppure io bene di cosa, e avevo trovato per caso quel bacio: era bellissimo. Mi sembrava una cosa da preservare, mica da dire in giro, il segreto colto in flagranza di reato. Una cosa bella da fare nel buio del cinema, nella semiluce che ti assale alle spalle. È così che iniziò la mia gelosia. Ero geloso perché volevo tenere una cosa tutta per me, la bellezza tutta per me, la bellezza tutta a me.

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Un piccolo paese di campagna, ci si conosce tutti. Impossibile non annoiarsi. In particolare se hai tredici anni, la scuola è finita, fa caldo e i vestiti ti si appiccicano addosso. Capita che a voler passare il tempo poi si diventa curiosi e con un binocolo in mano si possono vedere tante cose. Nascosto tra le fronde di un albero, Michele scopre che la colf del notaio, tutti i pomeriggi, incontra uomini. Ogni giorno uno diverso. È come stare al cinema senza pagare il biglietto. Il conto arriva quando viene scoperto dalla donna, trascinato per un orecchio e rinchiuso a chiave dentro il suo armadio. Imprigionato e al buio, Michele è costretto a una rivelazione che segnerà per sempre la sua vita. Con una scrittura cruda, a volte persino violenta, il romanzo trascina il lettore nelle zone più intime della mente di un uomo tormentato.

 

Questo romanzo è una vera botta all’anima, lo so uso spesso questa espressione perché rende fortemente il senso fisico di percezione della lettura. Non ci sono sconti per il lettore, né filtri, né giri di parole: il flusso narrativo corre intersecando ansie, paranoie, eventi, sensazioni in un turbine vorticoso e travolgente.

 

Ci sono alcune certezze che hanno bisogno di macerare nel tempo mentre altre si innestano dentro il cervello di imperio: sono shock anafilattici da staffilettata, rasoiate improvvise, colpi di sole scorretti. Fu come se mi avessero aperto il cervello con l’apriscatolette e tutto si fosse mischiato nel giro di dieci minuti, forse un’ora

 

Il racconto degli antri oscuri dell’animo umano attraverso i turbinii mentali del protagonista che non può che affascinare il lettore che riesce solo a perdersi nei meandri della storia, dei pensieri, delle riflessioni.

Forte, intenso, inebriante e a tratti devastante, Vani d’ombra è un romanzo che non può passare inosservato perché lascia il lettore senza risposte, ma con tante domande sulla natura umana e su quelle ferite che non si rimarginano mai, ma che creano cicatrici indelebili.