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Frankenstein 1818

“Questo è solo l’inizio delle tue fatiche. Avvolgiti di pellicce e procurati del cibo; stiamo per intraprendere un viaggio in cui il mio odio verrà appagato dalle tue sofferenze”.

RECENSIONE

Frankenstein, è il racconto del deliro di onnipotenza di uno scienziato che riesce a creare in laboratorio “la vita”, annullando Dio e l’idea di natura.

Scritto in età giovanissima Mary Shelley, rivoluziona il genere gotico di quel periodo, proponendo un libro di fantascienza con un risvolto psicologico. Infatti, siamo difronte a una trasformazione del genere romanzato, dove al centro della storia non è più una fanciulla audace che deve difendersi dai suoi inseguitori, ma un reietto con stracci, creato in laboratorio in una notte di burrasca.

“Fu una terra notte di novembre che vidi il compimento delle mie fatiche […] Era già l’una di notte; una lugubre pioggia batteva contro vetri e la mia candela era quasi del tutto consumata quando, ma nel barlume di quella luce moriva, vidi aprirsi giallastri occhi opachi di quella creatura; ma aveva il respiro affannato e le membra agitate da un moto convulso”.

Dinnanzi al racconto tenebroso di questa vicenda assistiamo al trapasso del gusto “horroroso”. L’autrice in queste pagine ribalta e trasgredisce il concetto di creazione. Infatti narra che è un uomo a causare la vita, utilizzando organi e arti rubati ai morti, oltrepassando così l’esperienza della riproduzione sessuale tra un uomo e una donna.
Lo scienziato, Victor Frankenstein, realizza un orrido patchwork, che rifiuta e rinnega perché assalito dalla paura. Rigettando la sua creatura alimenta in lui solo un atteggiamento di odio e risentimento, nei confronti della famiglia del suo creatore.

“Chi è Frankenstein?
Lo scienziato o il mostro? “

Il loro, nonostante gli eventi è un legame talmente profondo, che è difficile nominarli separatamente.

Nonostante siano state pagine di orrore e angoscia, che hanno accesso con la forza di un uragano diversi sentimenti, siamo difronte a fatti drammatici che prendono una piega poetica. I dettagli della ricerca e la violenza delle emozioni mi hanno spinta a chiudere il libro, ma la curiosità è stata più forte. Volevo conoscere la disperazione di questa creatura che voleva far parte della società, nonostante la sua evidente diversità.

“Ma la sua eccezionalità gli pesa. La sua unicità è un danno. Gli rende impossibile la vita. E impraticabile la bontà. Come può essere buono chi è solo al mondo, privo di un altro simile in cui specchiarsi ed amarsi? Chi venga abbandonato rifiutato? Come stupirsi che diventi malvagio colui al quale per nascita la felicità è negata? Il mostro è una vittima “.

L’autrice dinnanzi a tali quesiti e alla sofferenza tangibile del mostro, pretende dal lettore una profonda comprensione, invitandolo a non chiamarlo più “mostro“. Mary Shelley, ferita e rifiutata da suo padre, per essere fuggita con un uomo, mette la sua esperienza nella voce disperata della creatura, dando più eco alla sua offesa. Un’offesa che scatena nella “vittima” solo sentimenti negativi, come l’odio.

“Finché non avrò legami ne affetti, mi nutrirò di odio e cattiveria”.

Quello che cerca dal suo inventore è un essere deforme e orribile come lui, che gli faccia compagnia, perché una creatura deforme non si negherebbe alla sua amicizia. Questo pensiero ci porta a una riflessione psicologica, rivelando una notevole sensibilità e umanità nella storia.
Tali sensazioni le ho riscontrate nella parte in cui la nostra creatura racconta in prima persona le sue giornate a conoscere, di nascosto, il mondo e gli uomini.
Osservando con attenzione il loro comportamento comprende che anche loro, nonostante non fossero deformi come lui, provano ogni tipo di emozione: dolore, amore e tristezza.
Infatti, spiando i loro visi riesce a vedere la felicità e la gioia dell’amore, tanto da “dissipare il dolore” e far arrossire di piacere. Il suo raziocinio è talmente sviluppato da imparare la loro lingua anche attraverso i libri. Ma tutto ciò non gli basta a integrarsi, perché restava sempre un essere orrendo e soprattutto nessuno mai avrebbe recriminato la sua scomparsa.

“Dio, nella sua misericordia, ma creò l’uomo bello è attraente a sua immagine e somiglianza; invece le mie fattezze sono una sconcia versione delle tue, e la somiglianza le rende ancora più abominevoli. Persino Satana aveva la compagnia dei suoi diavoli, ma che lo ammiravano e lo incoraggiavano; ma io invece sono solo e detestato “.

Sono pagine in cui assistiamo attoniti al stupefacente entusiasmo di un uomo, che non è pazzo ma solo curioso dinnanzi a ciò che gli appariva sorprendente, tanto da scoprire “la causa della generazione della vita”, riuscendo ad animare “la materia inerte”.
Ma tale bramosia lo induce ad essere insensibile davanti a tutto ciò che un tempo gli procurava gioia, come il risveglio della natura dopo l’inverno. E di conseguenza a detestare la vita che aveva creato e tutto quel lavoro che era stato il principio delle sue traversie.

Un libro che mi ha emozionato e rabbrividito allo stesso tempo. Emozioni accentuate da due personaggi forti: uno scienziato, che spinto da un entusiasmo sovrannaturale si appassiona agli studi scientifici, applicandosi con ardente passione alla struttura del corpo umano. E di conseguenza al principio vitale di ogni essere vivente, “passando giorni e notti nelle cripte degli ossari”.

“Il buio non aveva nessun effetto sulle mie fantasie, ma il camposanto per me era solo il ricettacolo dei corpi privi di vita, che da sede di forza e bellezza erano divenuti cibo per vermi. “

E un orribile creatura che causa solo malessere. Un essere, creato da un uomo gelido e senza scrupoli, che non avrebbe ricevuto amore ma sarebbe stato solo un individuo ripugnante per l’umanità, perché macchiava la faccia della terra!

Buona Lettura📚

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