Pubblicato in: Segnalazioni

Le notti al Santa Caterina

Editore: Neri Pozza

Sinossi

Nel 1570, al Santa Caterina, uno dei conventi più rinomati di Ferrara, fa il suo ingresso Serafina, un’avvenente ragazza che appartiene a un’illustre famiglia milanese. Per dimostrare il proprio attaccamento alla città di Ferrara, con la quale intrattiene affari lucrosi, il padre ha deciso, come recita la sua nobile missiva, di donare al monastero la sua figlia “illibata, nutrita dall’amor di Dio e con una voce da usignolo”. In realtà, ha ubbidito a un comportamento diventato legge nell’Europa della seconda metà del sedicesimo secolo, in cui le doti si sono fatte così dispendiose da costringere l’aristocrazia a maritare una sola figlia e a spedire le altre in convento. Tra le mura di quell’insigne convento che, con le elargizioni di ricche famiglie, provvede al sostentamento di un elevato numero di suore, postulanti, convittrici e converse, l’arrivo di Serafina getta lo scompiglio e appicca un fuoco che minaccia di inghiottirle.

RECENSIONE

“Molte di noi sono rinchiuse a forza e private d’ogni contatto col mondo. Vivendo di stenti e abbandonate da tutti conosciamo solo l’inferno, in questo mondo e in quello che verrà.”

In questo romanzo l’autrice è riuscita a scrivere una storia affascinante regalandoci un quadro storico dell’Italia del 1500, mescolando magnificamente una storia romanzata. Un invenzione letteraria che ha permesso al lettore di cogliere la realtà dei fatti in una nuova veste. Un libro bellissimo, commovente sino alle lacrime, dove l’amore per Dio viene spinto sino alla mortificazione della carne, tanto da sostenere che il digiuno non nuoce al corpo, anzi “la magrezza del corpo ingrassa l’anima”.

Un viaggio interessante e di riflessione nel mondo della clausura, dove le donne erano viste come oggetto e merce di scambio. Purtroppo la vocazione non era quasi mai una scelta consapevole e libera, le motivazioni per cui le fanciulle, si affacciavano alla vita del chiostro, erano da attribuire alla volontà delle famiglie di provenienza. In convento si entrava per povertà, infatti la miseria colpiva tante famiglie e questo era sufficiente per mettere al riparo ragazze senza futuro. Mentre le famiglie più ricche preferivano avvicinare le secondo genite alla vita monastica, perché pensavano fosse il mondo per sottrarle al matrimonio, a volte troppo dispendioso. Il monastero diventava terreno fertile di devozione e beneficenza.

Il romanzo è ambientato a Ferrara, una città di “ciottoli e mattoni […] così semplice eppure impregnato dei colori della terra, dove in un tramonto d’estate, quando l’intera struttura della città pareva accendersi di bagliori rossastri”, dove si ergeva il monastero di Santa Caterina.

Il Santa Caterina era un convento molto prestigioso, una delle istituzioni più antiche di Ferrara, il suo podere era molto vasto e ricco. Infatti, oltre agli scambi che avvenivano attraverso il fiume con i mercati, le sorelle usufruivano anche delle rette e delle rendite date in eredità al convento, dalle famiglie delle novizie. Le suore, quindi, non vivevano in totale carità! All’interno aleggiava una vita armoniosa, ogni suora poteva esprimere il proprio pensiero e prendere in comune accordo le decisioni con le altre. La vita del convento era sempre in piena attività, vi erano suore che si impegnavano nel coro, facendo risuonare tra le mura una voce limpida “come acqua di fonte”, dalla musica si passava alla stanza dello “scriptorium”, nella quale alcune sorelle copiavano con abilità e precisione manoscritti già esistenti. Infine c’era la sala delle ricamatrici dalla quale filtrava “sovente un gaio cicaleccio”.

Ma tra queste mura i gemiti della devozione erano talmente palpabili, da consumare tra le dita il rosario, o infliggersi delle sofferenze portando una cintura di chiodi, tanto da mutare il dolore “in godimento”, pensando di provare la stessa sofferenza del Cristo inchiodato al legno. La brama di adorare Dio conduceva alcune suore alla totale compassione tanto mutare in disperazione.
Ma la mortificazione della carne non era condivisa da tutte le suore. Suor Zuana, ad esempio preferiva pregare studiando un libro di erbe, di Brunfel.

“Suor Zuana, era la monaca speziale. Figlia di un cultore dell’arte medica, ha imparato dal padre a studiare la natura per carpire i segreti in grado di guarire il corpo. Se fosse stato possibile per una donna sarebbe stata un medico o un insegnante.”

Zuana era entrata in convento dopo la morte del padre all’età di ventitré anni; nessuno l’avrebbe presa in moglie soprattutto una come lei, “ricca di sapere proibito ma povera di quattrini e con le mani che puzzavano di medicinali.”
Il suo ingresso in convento l’aveva salvata dal tormento della Riforma accademica universitaria, inducendo alcuni studiosi a scegliere tra fede e idee. La sua unica dote fu un baule carico di libri, senza del quale non sarebbe entrata in convento, all’interno vi erano conservati libri “scomodi” che lei apriva diligentemente quando era sola: “ciò di cui si ignora l’esistenza non ti può essere tolto, né causare afflizione a chi avrebbe il dovere di requisiti.”

Un giorno la serenità del convento fu messa in discussione quando ad entrare, contro la sua volontà, fu una giovane ragazza. Suor Zuana aveva il compito di occuparsi delle nuove novizie, le quali sole nella solitudine della loro cella cadevano nella disperazione. Sole lontane dalla famiglia e dagli affetti, piangevano per “il passato perduto e il futuro cui erano condannate.”
Ma, come usanza, la sorella guardiana non busserà alla porta della nuova arrivata, perché: “è tradizione al convento che ogni sorella trascorra la prima notte indisturbata, così la luce del giorno la troverà più fresca e riposata, pronta a iniziare la sua nuova vita.”

La nuova novizia non voleva staccarsi dal suo passato e accettare il suo nuovo destino, era entrata nel convento solo per compiacere la propria famiglia. Consegnava al convento una cospicua dote, ma anche una bellissima voce. Infatti, prima di entrare in clausura, cantava i sonetti del Petrarca insieme al suo maestro di canto. La voce di Serafina era angelica e melodiosa, tanto da trafiggere i cuori di chi l’ascoltava. Ma la sua anima era tormentata a causa del suo maestro, infatti era per lui che versava lacrime ardenti come la cera.

Ho trovato questo libro molto profondo e intenso, nel quale la storia fa da contorno alla vita e alla disciplina claustrale, dove anche le tentazioni trovano spazio, come la vanità: un ricciolo fuori dal soggolo, la stola di coniglio, scarpe di cuoio appena cucite o la “cocciniglia” che colora le labbra di rosso. Proseguendo nella lettera veniamo a conoscenza anche di una diatriba tra sorelle, una che vuole che il convento vivi in totale povertà, digiunando e pregando, l’altra che vuole mantenere la libertà all’interno di esso. Le “visite apostoliche”, che in quel periodo erano frequenti, spaventano la badessa, che non voleva vedersi innalzare grate e muri.

“Coinvolta nella partita a scacchi della politica conventuale, è stata elevata, suo malgrado, da pedone a regina, e ora, gravata di un potere che eccede di gran lunga le sue forze, rischia di essere immolata in nome dei giochi di potere.”

Restare rinchiusi in convento induceva a far sbiadire i ricordi, si tendeva a ricordare solo momenti rimasti impressi, e pertanto è stato emozionante leggere di due suore che si stupiscono, quando contemplano, dalla torre del convento, il meraviglioso paesaggio della città di Ferrara. Un paesaggio che le lascia senza fiato, insieme assaporano l’aria gelida dell’inverno, e lo spazio libero che si mostra al loro sguardo.

“La città vecchia avvolta dalla luce calda del tramonto, una distesa di tegole colore ocra sopra il dedalo di viuzze che conduce alla piazza della cattedrale.”

Buona Lettura

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