Pubblicato in: Recensioni

”Uno, due, tre…Conta fino a cento senza barare e tieni gli occhi chiusi”

Editore: Neri Pozza

TRAMA
Lisa Dale non è mai stata una di quelle madri che si rimproverano di essersi perse le tappe importanti della crescita dei figli. Personal trainer in una palestra, ha preferito dedicarsi alla carriera piuttosto che stare dietro ai momenti salienti della vita di Chloe, Ottis e Ella, i suoi tre figli. Forse è per questo che la velata accusa della piccola Ella, che la rimprovera di non dedicarle abbastanza tempo, le brucia tanto: perché sa che è vero. Per farsi perdonare acconsente perciò di accompagnare la bambina al parco, dove madre e figlia hanno l’abitudine di giocare a nascondino.
«Conta fino a cento senza barare e tieni gli occhi chiusi» la ammonisce la piccola, prima di correre a nascondersi. E Lisa ubbidisce. Uno, due, tre… quando la donna apre gli occhi, sbattendo le palpebre abbagliata dal sole, Ella è svanita nel nulla. Dopo aver passato in rassegna tutti i nascondigli abituali e aver scrutato l’orizzonte in cerca di un vestitino a righe bianche e verdi, Lisa cade in preda a un panico irrefrenabile.
Nel giro di poco anche altri si uniscono alle ricerche e in tutto il parco risuona il nome della bambina, un appello che resta ignorato: di Ella non vi è più traccia.
Mentre la polizia, prontamente interpellata, brancola nel buio, qualcuno accompagna Ella nella propria casa. Qualcuno convinto di sapersi prendere cura della bambina molto meglio di quanto faccia la sua vera madre, una genitrice così palesemente incapace da farsela sottrarre proprio sotto il naso.
Nei giorni che seguono la scomparsa di Ella, mille pensieri si affollano nella mente di Lisa accrescendo la sua disperazione: se la bambina fosse stata portata via da uno sconosciuto, si sarebbe ribellata, e le sue urla avrebbero attirato la sua attenzione. Invece Ella è svanita nel più totale silenzio. Chi può odiarla tanto da sottrarle la cosa più preziosa? E per quale motivo?
Attraverso una prosa serrata, che non perde mai il ritmo, Linda Green consegna al lettore un raffinato thriller psicologico, un romanzo adrenalinico che indaga la paura più grande di ogni genitore: la perdita di un figlio.

RECENSIONE

A occhi chiusi è un libro angosciante che ti tormenta pagina dopo pagina, indagando sulla paura più grande che un genitore possa affrontare: “la perdita di un figlio.”

Un thriller dallo stile essenziale e dal ritmo perfetto, che non perde mai un colpo mettendo in ansia il lettore, tanto da vivere in prima persona la terribile tensione psicologica dei protagonisti.
Lo scenario che appare sin dalle prime pagine è quello di un film ad alta tensione, dove uno spensierato e allegro pomeriggio al parco si trasforma in un incubo.

Come d’abitudine, Ella e sua mamma Lisa, prima di tornare a casa giocano a “nascondino” .
“Conta fino a cento senza barare e tieni gli occhi chiusi”, dice Ella. “Uno, due, tre…” comincia a contare Lisa, ma quando riapre gli occhi, Ella è svanita!

Lisa, passa in rassegna tutti i posti in cui la sua piccola bambina, di quattro anni, possa essersi nascosta, ma niente. Dopo un po’ di tempo si scatena il panico tutti nel parco aiutano Lisa a cercare Ella.

“Abbasso gli occhi sul cellulare che ho in mano. Esito a comporre il numero. Non l’ho mai fatto, vorrei continuare a evitarlo. Una parte di me insiste a pensare che da un momento all’altro e la spunterà da dietro un cespuglio e io prima la abbraccerò e poi la sgriderò per avermi fatto prendere un simile spavento. Un’altra, però, sa che non ho alternative: chiamo il 999 e, quando mi risponde una voce di donna, chiedo di parlare con la polizia.”

Ed ecco che si apre un sipario di emozioni e di grandi paure umane, raccontate ad alta voce dai protagonisti: Lisa, Muriel, Matthew, i quali si alternano sovrapponendo i loro problemi, le loro ansie e le loro mancanze.

Lisa, ha anteposto la carriera ai figli perdendosi le tappe più importanti, pur di mettere abbastanza soldi da parte. Ma nonostante tutto è stata una madre straordinaria. E ora che Ella è scomparsa, si sente divorata dai sensi di colpa, provando una profonda angoscia al pensiero di non poterla più riabbracciare. Seduta sul suo lettino, si dispera stringendo tra le braccia il suo pigiamino percependo ancora il suo odore, ma le scappa un sorriso ricordando il suo libro preferito: “Mr Follyfule’s Wonderful Beard.”

Muriel, una donna sempre pronta a giudicare il prossimo, osserva Lisa e Ella al parco, e la sua fervida immaginazione deduce che la piccola fosse trascurata e non ricevesse le dovute attenzioni. Arrivando alla conclusione che Lisa fosse una madre snaturata e insensibile, decide di allontanare la bambina dalla famiglia per il suo bene, definendo il suo gesto “un atto di generosità!”. Muriel, mi è sembrata una donna fragile e emotivamente instabile, “un bozzolo in cui nessun altro può entrare”. Talmente possessiva, che ha succhiato via l’esistenza del figlio, Matthew.

Matthew, è un ragazzo pieno di incertezze che è cresciuto col fiato sul collo della madre, Muriel. Una madre che avrebbe preferito che suo figlio restasse sempre bambino, un eterno Peter Pan. Tra i ricordi di Matthew, affiora quello del padre, una figura sfuocata ai suoi occhi perché sempre assente anche quando era presente; infatti, era convinto che “Non sapeva da dove cominciare a fare il padre, o forse si considerava troppo intellettuale per sporcarsi mani e ginocchia a giocare con me.”

In questo romanzo si riesce a percepire il dolore che un genitore prova per la perdita di un figlio, un dolore straziante che ti lascia senza respiro e piano piano ti devasta, ti annulla!

“Quando perdi un figlio, il tuo corpo se ne rende conto prima del tuo cervello. Il cordone ombelicale invisibile che vi unisce si spezza, dentro di te tutto si allenta, si ammoscia. È solo a quel punto che il cervello registra l’accaduto ed entra in azione per cercare di dimostrare al corpo che si sbaglia. Tu fai come ti dice, ovviamente. Ti agiti, ti muovi, in tutte le direzioni. Tiri il cordone dalla tua parte e speri che, a furia di tirare, urlare, scalciare e strepitare, magari riuscirai a raggiungere l’altra estremità e ritrovare tuo figlio. Ma non è così. Tuo figlio non c’è più. Allora ti invade il senso di colpa. Sei la mamma, hai il dovere di prenderti cura di lui. Eppure sei venuta meno a quel dovere e ciò fa di te una cattiva madre. Avresti dovuto fare più attenzione. Invece ti sei distratta e, appena hai distolto lo sguardo è successo […]”

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